Sempre più spesso si sente parlare di etica ed economia, di “dimensione etica dell’impresa”, di responsabilità sociale (RS) o corporate social responsibility (CSR), ma anche di cittadinanza d’impresa (Corporate citizenship). Sembra, quindi, che l’economia debba preoccuparsi anche di etica. Qual è la ragione di tutto questo fermento? Innanzi tutto occorre precisare che l’economia è nata all’interno dell’etica, infatti i primi grandi economisti erano professori di filosofia morale, di etica. Secondariamente in questo periodo si sta mettendo in discussione tutta la teoria etico-economica che pervade il nostro operare quotidiano, ovvero teoria utilitarista (M. Friedman), ossia quella basata su due funzioni obiettivo: la prima afferma che i consumatori devono massimizzare l’utilità, sotto un vincolo di bilancio; la seconda ricorda che le imprese devono massimizzare il profitto, sotto un vincolo di costo. Tuttavia negli ultimi anni l’utilizzo a tutto campo di queste formule non è riuscito a spiegare tanti fenomeni e a risolvere problemi che sono avvertiti in misura sempre più insistente dalle persone e dalle imprese.

Uno di essi è l’emergere in epoca contemporanea di una tipologia di costi diversi da quelli ai quali siamo abituati a pensare e cioè i “conflitti di identità”. Essi, a differenza dei conflitti di interessi, per i quali possediamo nozioni più aggiornate e chiare, consistono nelle disparità salariali (gender pay gap), nelle questioni di genere e problemi delle lavoratrici madri nel mondo del lavoro; riguardano la conciliazione vita privata/lavoro e il welfare secondario, le differenze e identità religiose tra lavoratori, la gestione della diversity; come anche il cosiddetto “paradosso della felicità”, ossia il fatto che il benessere aumenta all’aumentare del reddito, ma solo fino ad una certa soglia, dopo la quale la felicità resta costante.

A fronte di queste evidenze, che riguardano ogni persona, lavoratore e datore di lavoro, si presentano cambiamenti anche per quanto riguarda la gestione delle “persone giuridiche”, ossia delle imprese. Si sta diffondendo, a tal proposito, la cultura della valutazione delle esternalità negative, l’attenzione all’impatto ambientale e una maggiore consapevolezza sulle modalità di calcolo della produzione di valore. Non è un caso se nell’ambito degli appalti si riponga molta attenzione a standard ambientali molto esigenti e, piano piano, anche a standard sociali. Parimenti, anche nei bandi e avvisi collegati alla programmazione 2014-2020, ogni Regione cerca sempre più di inserire indicatori premiali, che possano instradare le risorse finanziarie verso le imprese maggiormente attente ai propri dipendenti, alla comunità locale, all’ambiente, alla salvaguardia della salute e sicurezza dei propri clienti e all’utilizzo di una catena di fornitura più controllata dal punto di vista dei diritti umani e della sicurezza sul lavoro.

Le imprese italiane, tuttavia, non governano ancora una cultura organizzativa né riescono agevolmente a fare virtù delle molte iniziative etiche e sostenibili che già, spesso inconsapevolmente, compiono nei confronti dei propri interlocutori (i c.d. “stakeholder”).

Le imprese italiane, infatti, scontano un fattore dimensionale, che vede la presenza sul territorio di molte realtà “micro” (meno di 10 dipendenti e fatturato inferiore ai 2mln di euro). Non tutte le imprese micro sono effettivamente tali, in quanto appartenenti a “gruppi di fatto” oppure perché si servono spregiudicatamente di forza lavoro connessa con partita IVA al posto di altre forme contrattuali di lavoro.

Tuttavia non si può negare questa peculiarità -non solo italiana-, peraltro nemmeno criticabile dal punto di vista socio-economico e strategico, poiché è noto che in una realtà personalmente diretta viene massimizzato lo sforzo e la resa personale, mentre in un ambiente nel quale si è solo “dipendente”, necessariamente l’impegno risulta inferiore. Le realtà cooperative, da questo punto di vista, quando costituite secondo il vero e tipico scopo di questa forma giuridica, sono le migliori soluzioni imprenditoriali.

La micro realtà imprenditoriale, tuttavia, in questo periodo nel quale occorrono forti innovazioni per poter restare sul mercato (quantomeno di processo e di prodotto), sotto determinati aspetti non può competere con le realtà più grandi, le quali possono contare su un dipartimento dedicato alla ricerca, su risorse dedicate all’innovazione e al marketing, e così via.

Nasce in tal modo l’esigenza di costituire reti e delle filiere, aggregati che prescindono dalla localizzazione geografica (la tendenza è quella di abbandonare il concetto territoriale di distretto), per potersi meglio dedicare alla ricerca, all’internazionalizzazione e per ricevere finanziamenti europei ove viene richiesto come requisito minimo una aggregazione di soggetti.

D’altronde per i motivi suesposti non si può pretendere che le imprese crescano soltanto mediante fusioni ed è spesso apprezzabile che i piccoli imprenditori mantengano il controllo delle proprie realtà, costituite con fantasia e fatica, respingendo “accordi equity” dei fondi e che sempre più spesso cercano di acquistare gioiellini del nostro Made in Italy.

Nasce da questo contesto la necessità di sponsorizzare altre tipologie di unioni: le joint ventures, le ATI (associazioni temporanee di imprese), i consorzi e uno strumento innovativo ancora più flessibile rispetto a tutti i precedenti, il “contratto di reti di imprese” (DL 78/2010 e L. 122/2010).

Trattando di responsabilità sociale di impresa e di sostenibilità, si osserva che questi accordi aiutano a prendere maggiore coscienza sull’ambiente competitivo nel quale le imprese operano e possono contribuire a rendere la CSR meno confinata o relegata a mera filantropia, eccellenza di pochi che se la possono permettere. Network e altri legami giovano al bene comune e alle pari opportunità, al riequilibro di una situazione che attualmente vede gli imprenditori più etici e responsabili in difficoltà: infatti, sostenere più costi per utilizzare impianti meno inquinanti o assumere tutti i lavoratori a tempo indeterminato comporta maggiori oneri, i quali possono non trovare una contropartita né un riconoscimento sul mercato.

La gestione etica e sostenibile dell’impresa, infatti, è una questione della quale non si può più fare a meno. Anche i consumatori sono sempre più orientati verso prodotti e servizi attenti all’ambiente e alla salute, nonostante la crisi. L’innovazione sociale, di processo, catalitica, sono questioni strategiche che si pongono di fronte ad ogni manager e, ormai, ogni attività sia primaria sia di supporto della “catena del valore” dell’impresa deve fare i conti con una maggiore responsabilità che viene richiesta a più livelli: da quello legale e di compliance (d.lgs. 231/01), a quello della garanzia dei prodotti per i clienti, alle leggi a tutela dell’ambiente e smaltimento dei rifiuti, per non citare quanto è necessario occuparsi di salute e sicurezza sul luogo di lavoro.

Da queste esigenze si devono però trarre spunti per migliorare e consolidare il vantaggio competitivo. La gestione sostenibile e responsabile, infatti, costituisce una leva della strategia di differenziazione e l’impresa è agevolata nella sua attività principale se dimostra anche quanto benessere ha prodotto, oltre al mero bene o servizio. Il social-ROI (al posto del solo ROI e ROE), il calcolo dell’impatto sociale, il business plan con criteri CSR inseriti anche nella balanced scorecard e negli MBO, per la corretta retribuzione dei propri dipendenti, si stanno facendo strada e occorre trovare modalità perché anche le vere micro imprese possano fruirne.

Nasce da tutto ciò l’esigenza di costituire network che possano condurre, passo passo, anche piccole realtà verso una produzione maggiormente responsabile, traendo ogni beneficio dalle leggi agevolative, spesso non conosciute, e dalla possibilità di fare breccia nei nuovi gusti dei consumatori; come anche è richiesto di fornire aiuti nel rispondere in maniera più appropriata agli standard socio-ambientali che le imprese più grandi impongono sempre più spesso ai loro piccoli fornitori.

In letteratura si parla di NSR, Network Social Responsibility, ossia di reti di imprese socialmente responsabili. In tal modo chi pratica la CSR non resta un soggetto isolato, lontano dalle istituzioni e dai propri partner commerciali. Una rete di imprese responsabili, che possa formare un “sistema” sostenibile, può funzionare anche nella forma di gruppo di imprese appartenenti a diversi settori/ambiti geografici, se cooperano per sviluppare azioni/progetti di CSR oppure se si legano in una filiera produttiva/settore/ambito territoriale, condividendo valori e conoscenze. Nell’ottica sistemica di costruire un rapporto di cooperazione etico-strategica, sono sorte diverse forme della “rete sostenibile”:

–  reti sostenibili di tipo top-down, in cui un soggetto istituzionale/ente assume il ruolo di promotore per l’aggregazione/co-operazione di più imprese.

–  Reti sostenibili di tipo bottom-up, in cui due o più soggetti privati volontariamente si uniscono grazie a valori e principi comuni, per lo sviluppo e l’implementazione di progetti di CSR in comune, in modo da minimizzare l’impegno individuale e massimizzare l’efficacia dei singoli progetti.

È questo il caso di EticLab, sorto per sviluppare la CSR e la promozione della cultura della sostenibilità strategica, competitiva e sostenibile del punto di vista sociale e ambientale. Nell’ambito di questo network si tende a valorizzare e divulgare i numerosi benefici di questo modo di essere e di fare impresa, sia interni (direttamente legati alla CSR in quanto tale e alla sua gestione in co-operazione con altre imprese all’interno di un network), sia esterni (in quanto l’entità maggiore del progetto permette non solo di creare maggiore “valore sociale” ma anche avere una maggiore “cassa di risonanza” e visibilità nell’ambito di un progetto di rete.